Tumori e psiche: l’importanza di “esprimere” le emozioni

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A volte è estremamente facile cadere in luoghi comuni… Nello scrivere questo articolo ho pensato che promuovere una concezione che è già più o meno condivisa dal senso comune come “esprimere le emozioni è importante” sembrerebbe essere molto semplice. Qualsiasi psicologo sarebbe d’accordo con questa affermazione, come anche i meno vicini al settore; se oggi si parla di rapporto mente-corpo, sorvolando su quanto la storia del pensiero e della medicina abbia privilegiato ora l’uno ora l’altro, si evoca un’unità, una macchina che necessita della sincronia di entrambe. Per farla breve: psiche e corpo sono un tutt’uno

Intendo proiettare questa annosa questione ai nostri giorni proprio per dimostrare quanto, seppur storicamente datato, questo sia un tema a noi contemporaneo 

Come? Spostando per il momento il focus dal rapporto mente-corpo alla patologia tumorale

Qui entrano in campo due branche della psicologia clinica: la psicosomatica e la psiconcologia.

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La prima mira a decifrare quei meccanismi che fanno sì che determinate caratteristiche di personalità concorrano nell’insorgenza di malattie fisiche, specialmente cardiovascolari ed oncologiche. La seconda nasce dall’incontro tra psicologia ed oncologia, appunto la psiconcologia; un approccio specifico verso gli aspetti psicologici della malattia tumorale.

Qual è il rapporto tra tumori ed emozioni?

Il primo a mettere in relazione questi due elementi fu Galeno di Pergamo, un medico della Grecia antica: egli era convinto del fatto che ci fosse un minimo comune denominatore tra psiche e tumori e sin da allora quest’ultimi furono associati a deflessioni del tono dell’umore e ad un indebolimento del sistema immunitario. 

Dai tempi di Galeno di strada ne è stata fatta tanta, ma il suo assunto di base resta invariato e, anzi, ha trovato conferme: oggi si parla infatti di personalità di tipo C (cancer-prone personality).

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Il tipo C racchiude una serie di atteggiamenti e tratti emozionali ben definiti, come accondiscendenza, conformismo, ricerca costante di approvazione, passività, scarsa assertività, tendenza a reprimere le emozioni come rabbia ed aggressività. 

Studi clinici hanno portato alla luce come la vita di questi soggetti sia stata caratterizzata dalla presenza di eventi traumatici significativi nel periodo che va dai 2 ai 10 anni prima della diagnosi; frequentemente sono state riscontrate perdite affettive a cui la persona ha dovuto far fronte, soprattutto nei casi di tumore al seno, all’utero ed ai polmoni. Le caratteristiche di personalità, gli eventi di vita e principalmente la tendenza a reprimere le emozioni possono quindi aumentare la suscettibilità alla malattia. 

La questione potrebbe apparire molto tecnica, ma ciò che intendo trasferire al lettore è l’importanza di questo meccanismo: l’emozione inibita o repressa, tipica della personalità di tipo C, non essendo elaborata psicologicamente si scarica attraverso canali somatici, comportando un preciso effetto biologico ovvero una ridotta risposta immunitaria (maggior vulnerabilità alla malattia).

“Perché è successo a me?” Il paziente oncologico è messo di fronte a temi con cui probabilmente non ha fatto ancora i conti, specialmente se l’esordio della malattia avviene in giovane età; parlo delle tematiche della vita, del dolore, della morte. Molteplici sono i sentimenti che il soggetto si trova ad esperire; sentimenti molto intensi che contemplano il rifiuto della situazione, incredulità, rabbia, disperazione e senso di irrealtà.La mente della persona viene invasa da mille domande, a cui, spesso, neanche i medici sanno dare risposta: Perché è successo a me? – Cosa mi accadrà adesso? – Morirò? – Sarò in grado di affrontare la malattia?

Tenendo presente le caratteristiche della personalità di tipo C prima descritte, pongo all’attenzione del lettore nuovamente la tematica dell’esternazione, ovvero incoraggiare il paziente oncologico ad esprimere e comunicare le sue emozioni, insegnandoli in un certo senso a fare ciò che egli non ha mai imparato prima e che, in percentuale più o meno determinante, ha concorso allo stato della malattia. Lungi da me far passare il messaggio che la componente dell’esternazione emozionale sia la causa primaria o diretta di tale male; scopo dell’articolo è solo di sensibilizzare il lettore e, per farlo, ho utilizzato due elementi che purtroppo caratterizzano il nostro tempo: il corpo malato e la psiche repressa.

La storia della psicosomatica ci insegna che il corpo è l’ultimo mezzo che abbiamo a disposizione per manifestare problematiche psichiche che altrimenti avrebbero difficilmente trovato espressione. Se quindi il corpo si fa carico, come ultima risorsa, dei contenuti dirompenti e repressi della psiche, potrebbe essere in certo senso giustificata l’attenzione (a volte ossessiva e distorta) che la nostra società oggi gli riserva… Lo è meno tuttavia il fatto che non siamo altrettanto educati a tener cura della nostra psiche con lo stesso rigore. Auspico, soprattutto in questo periodo storico dove il virus ha sottolineato purtroppo con maggior evidenza la nostra dimensione corporale, che si continui a sottolineare ulteriormente l’importanza della tutela psicologica, entrambe inscindibilmente connesse.





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Dott. Matteo Polimene Nato ad Atri, provincia di Teramo, nel 1992 e cresciuto tra Pescara e Montesilvano. Ho svolto i miei studi presso la facoltà di Psicologia Clinica dell’Università G. D’Annunzio di Chieti; iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Abruzzo, in seguito ho proseguito con la specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica presso la scuola I.P.A.A.E. (Istituto di psicoterapia analitica antropologica esistenziale) di Pescara. Attualmente, oltre alla costante formazione, lavoro come libero professionista presso il mio studio a Pescara, collaboro con comunità educative e svolgo progetti di ricerca nell’ambito del Social Dreaming Matrix.

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