Icarus, quando il doping è di Stato

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Non giocate con il fuoco. Ce l’hanno sempre spiegato no? Eppure, l’uomo è troppo curioso di ciò che gli accade intorno per distogliere la sua attenzione da qualcosa che ha cominciato a sperimentare, specialmente se sa essere pericoloso e proibito.

È un po’ quello che è successo al cineasta (nonché ciclista amatoriale) Bryan Fogel quando decise di documentare il suo tentativo di doping, per dimostrare quanto fosse facile ingannare i test.

Nessuno avrebbe mai immaginato che, nel 2017, “Icarus” si sarebbe convertito in un docu-film di Netflix sul più grande scandalo del mondo dello sport russo, per altro vincendo un anno più tardi il premio Oscar come miglior documentario.

Fogel, grande sostenitore di Lance Armstrong, rimase esterrefatto alla notizia che pure il suo idolo facesse uso di sostanze dopanti. Così, decise di intraprendere questo “viaggio” e attraverso una serie di videochiamate e incontri, comprendiamo il radicale passaggio da semplice inchiesta a dimostrazione di disonestà sportiva ai massimi livelli.

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Il percorso di Fogel comincia dal laboratorio antidoping dell’Università della California con lo scienziato Don Catlin, che conferma la teoria del ciclista: con certi accorgimenti, i test possono essere falsati. Tuttavia, Catlin decide di tirarsi indietro, intimorito dalle conseguenze che potrebbe portare questa ricerca e passa la palla al collega-capo del laboratorio antidoping russo, Grigorij Rodčenkov, colui che porterà alla luce tutti i brogli relativi ai Giochi di Soči del 2014 (per citarne uno), la cosiddetta operazione “Sochi Resultat”, affidata in gran parte all’ex KGB (oggi FSB) e finanziata da Putin stesso. Ma andiamo con ordine.

Mentre Rodčenkov continuava a seguire Fogel nel suo “cammino”, il 9 dicembre 2014 uscì un documentario tedesco che accusava di doping gli atleti russi (naturalmente pubblicato dopo che gli informatori si allontanarono dal Paese). Ed ecco di chi furono le mani che aprirono questo vaso di Pandora: la WADA (World Anti-Doping Agency) iniziò un’inchiesta contro la Federazione russa svelando ben più di un paio di scheletri nell’armadio. Da insabbiamenti a campioni distrutti a mazzette per occultare i test; “La Russia è l’impero del male” come dice il medico stesso. Fu così che il 13 novembre 2015 venne annunciata la sospensione dell’atletica leggera russa da tutte le competizioni.

Rodčenkov, con l’aiuto di Fogel, riuscì a fuggire in America e, ad un’ora dalla fine del nostro documentario, abbiamo una lunga intervista dove ci rivela tutto del suo lavoro e (almeno in parte) della sua vita privata.

icarus netflix

Gli atleti dopati seguivano un rigoroso programma finanziato dallo Stato stesso, il ché implica di conseguenza che Putin sapesse tutto (nonostante sia lui, sia l’allora ministro dello sport Vitaly Mutko, sia il suo viceministro Iuri Nagornykh cercassero di negare l’evidenza).

La sostanza dopante preparata da Rodčenkov era un cocktail di tre sostanze mischiate ad un liquore. Spiega poi anche tutto il processo per scambiare i campioni di urina contaminata con quella pulita: è stato un enorme “lavoro di squadra” degli scienziati e degli agenti dell’ex KGB.

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Come funziona in breve: i campioni A e B (i primi analizzati immediatamente, i secondi conservati per un eventuale ulteriore esame se risultassero positivi i campioni A) vengono riempiti davanti ad un commissario e chiusi con un tappo che deve essere spaccato per aprirsi. Durante la notte, Rodčenkov passava le urine contaminate agli agenti in un edificio a fianco che riportavano invece le boccette con le urine pulite. Avevano inoltre inventato un sistema che permetteva di aprirle senza dover per forza rompere la chiusura.



Mentre il medico si liberava da tutto questo, in Russia cercavano di screditarlo e vennero interrogati moglie e figli, ma ormai l’opera era cominciata e si doveva portare avanti. Così il tutto venne raccontato niente meno che al New York Times.

Il 17 giugno 2016 venne confermato il divieto ai ragazzi dell’atletica leggera russa di competere alle Olimpiadi di Rio e, rincarando la dose, il giorno dopo la WADA propose l’esclusione di tutti gli atleti dalla competizione. Proposta che venne poi revocata.

Rodčenkov, alla fine del documentario, entrò in un programma di protezione testimoni temendo fortemente per la sua incolumità. Altri suoi colleghi erano infatti stati ritrovati morti per cause diciamo quanto meno sospette per quei soggetti.

Ad oggi il medico ancora non ci sta e, intervistato dalla BBC nel 2020, afferma che la Russia non sia cambiata e che a Tokyo non avrebbe dovuto competere nessun atleta. La WADA, invece, stabilì che coloro che avessero dimostrato di essere puliti, avrebbero potuto partecipare sotto bandiera neutrale.

Ci sono partite che sono pericolose da giocare, ma vanno affrontate per il bene di questo nostro amato mondo.

Prendetevi un paio d’ore della vostra giornata e guardate come è avanzata la scienza e, di pari passo, la capacità delle persone di occultare la loro vera identità. Fare un bel ripasso e analizzare più approfonditamente una macchia enorme della storia dello sport non può che essere interessante.

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