L’inseguimento a squadre spiegato ai miei amici

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Caldo e torpore tipici delle pigre mattinate di vacanza in una località marittima italiana. Elementi sul tavolo per una colazione ancora di là da venire. Vecchio televisore che non si sa mai se funzioni davvero sempre presente nelle case estive. Gli ingredienti ci sono tutti per alimentare lo scenario con un po’ di sane Olimpiadi relegate ad orari non convenzionali dal fuso orario.

Stamattina poi inizia una delle specialità di più lunga tradizione del ciclismo su pista: l’inseguimento a squadre maschile. È una delle tantissime gare delle Olimpiadi di Tokyo segnate nella mia mente più o meno con questa dicitura: “buone possibilità di medaglia per l’Italia, ma oro difficile”.

Buone possibilità perché sono anni che l’Italia se la gioca con le nazioni più forti e perché fra le nostre fila c’è Filippo Ganna, quattro volte campione del mondo in carica della medesima specialità in versione individuale (inseguimento individuale che curiosamente non è specialità olimpica). Oro difficile perché la Danimarca è campione del mondo in carica e sembra essere la favorita d’obbligo.

Qualificazione: introduzione all’inseguimento a squadre

Mentre la gara di qualificazione è già in fase avanzata cominciano ad apparire gli altri compagni di questa vacanza, ben più attratti dalla prospettiva della colazione che dal ciclismo su pista. Certo, le Olimpiadi le stiamo seguendo tutti insieme, specie le gare più “famose”, ed io cerco di far risaltare anche sport meno pubblicizzati o vincenti, ma il ciclismo su pista è uno sport particolare che a molti a un primo sguardo può dare l’impressione di essere un fratello minore della sua versione su strada.

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Inoltre in queste Olimpiadi è la prima volta che compare e il rischio che non attragga purtroppo c’è. In queste situazioni tuttavia, la televisione diventa magnetica e tutti, chi più chi meno, cominciano quanto meno a fare caso che in tv c’è uno sport in cui gruppi di persone apparentemente della stessa squadra cercano di andare il più veloce possibile in bicicletta facendo giri su giri di una pista dalla forma ellittica.

Inevitabilmente mi viene chiesto di spiegare a cosa si stia assistendo. Mi sento fortunato perché fra le tante specialità del ciclismo su pista l’inseguimento a squadre è sicuramente una delle più semplici e intuitive, al contrario per esempio di omnium e madison.

Spiego quindi ciò che so, anche se non sono affatto un esperto, cominciando dal fatto che ogni squadra, composta da quattro atleti in bici, deve percorrere nel minor tempo possibile quattro chilometri, composti da dodici giri di pista di 250 metri ciascuno. Solitamente, due squadre corrono contemporaneamente in pista partendo sfalsate di mezzo giro, da qui il nome inseguimento. Per mantenere la velocità più elevata possibile, i quattro corridori si dispongono sempre in fila indiana vicinissimi fra loro e si alternano in testa al quartetto con cambi regolari visto che il primo spende molta più energia degli altri perché non può sfruttare l’effetto scia.

Infine, particolare fondamentale, il tempo viene preso al passaggio del terzo componente della squadra, motivo per cui uno dei quattro atleti si può staccare dal “treno” degli altri tre. Anticipo una possibile domanda dicendo che questo succede praticamente sempre e se lo fanno tutti ci deve essere quindi una convenienza, che io non ho ancora colto, nel spremere più degli altri nella prima parte uno dei ciclisti e poi farlo staccare solitamente prima dell’ultimo chilometro.

Qualcuno chiede a che velocità vadano e in mio soccorso arriva la grafica che fornisce saltuariamente questa informazione. Scopriamo quindi insieme con un misto di stupore e ammirazione che viaggiano anche a oltre 70 km/h, una velocità quasi impossibile da raggiungere e mantenere su strada senza l’aiuto di una discesa. C’è anche chi sostiene che a girare in tondo al chiuso si perde tutta la bellezza della bici di stare all’aperto e sentirsi liberi, ma comunque un occhio alla gara lo sta buttando. In tutte queste chiacchiere, l’Italia ottiene senza patemi il secondo tempo di qualificazione dietro alla Danimarca e in semifinale troverà la temibile Nuova Zelanda.

Semifinali: tecnologia e regolamento

La mattina dopo la situazione in casa è praticamente la stessa del giorno prima mentre cominciano le semifinali. Sono contento di notare però che l’interesse è un po’ più alto, forse perché la gara ha sicuramente un’importanza maggiore, forse perché in qualche modo qualcosa l’ho trasmesso. Un fattore che desta sicuramente curiosità è l’attrezzatura particolarissima utilizzata dai corridori. A partire dalle bici con le ruote “piene” e i manubri non convenzionali, passando per i caschi allungati sul collo e arrivando fino alle magliette super attillate tutto in questo sport è studiato per offrire il meno possibile resistenza all’aria, fattore determinante a certe velocità.

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Il record del mondo con cui l’Italia beffa di nove centesimi la Nuova Zelanda e vola in finale, cui segue un’esultanza abbastanza animata, mi dà quindi l’occasione ghiotta di sottolineare come il miglioramento costante dei tempi in questa disciplina è dovuto non tanto alla maggiore spinta prodotta dai corridori rispetto al passato ma piuttosto alla maggior efficienza dell’attrezzatura, pista compresa, nel trasformare quell’energia muscolare in energia cinetica strappando watt all’attrito e alla resistenza dell’aria. Le domande su questi temi si sprecano ma in generale sulla tecnologia non risulto affatto esauriente, per esempio non ho idea di quanto possa costare una di quelle bici.

Nella mia ignoranza, mi convinco però che è il mezzo in sé, nella sua versione iperspecializzata e quindi poco comune, che sta dando stimoli. In fondo, tutti abbiamo esperienza della bici, che è uno strumento di uso molto più comune rispetto a quelli propri di altri sport. Vedere quindi i migliori atleti del mondo con i loro quadricipiti mastodontici sfidarsi alle Olimpiadi su quel tipo di mezzo non può non attirare l’attenzione in qualche modo.

Nella seconda semifinale invece vengo colto impreparato su un aspetto regolamentare. La Danimarca infatti domina contro la Gran Bretagna, che lungo la strada perde ben due corridori, fatto che solitamente è una condanna alla sconfitta. Il dominio è così netto che il treno danese raggiunge il terzo corridore britannico ma, invece di effettuare un agevole sorpasso, lo tampona goffamente. Caduta, gara sospesa e occhi su di me in attesa di una spiegazione.

Spiegazione che non ho, ma che a quanto pare non ha neanche la giuria visto che solo più di un’ora dopo viene decretata vincitrice la Danimarca perché ha raggiunto il terzo britannico e quindi, per definizione, l’inseguimento è finito. Chi voleva un’altra vittoria dell’Italia contro i sudditi di sua maestà dopo gli Europei sarà accontentato solo tre giorni dopo dal centesimo che premierà al fotofinish gli azzurri della 4×100.

Finale: rimonta in mare

Il contesto del giorno successivo è stavolta un giro in barca e un cellulare con una connessione accettabile anche in mezzo al mare calmo (non scontato visto che la finale dei 100 metri l’avevamo vista in differita di qualche minuto…). Poco prima delle 11, ora della finale che stavolta sanno tutti, blocco tutte le operazioni. C’è chi è ancora in acqua e chi prende il sole mentre lotto col riverbero per vedere qualcosa sul piccolo schermo del telefono. In quattro minuti e spiccioli ci si gioca una medaglia d’oro alle Olimpiadi.

Chiaramente non ce la giochiamo noi, ma è un po’ come se lo fosse mentre la tensione sale insieme al numero di persone intorno al piccolo schermo. La partenza dell’Italia è buona ma la Danimarca via via prende vantaggio fino ad arrivare ad un chilometro dall’arrivo con oltre otto decimi di vantaggio. L’Italia ha già recuperato in semifinale uno svantaggio nell’ultimo chilometro grazie agli ultimi giri di Ganna ma stavolta la forbice sembra troppa e gli avversari lanciatissimi. Anche il tono del telecronista italiano diventa più dimesso.



Poi la rotta si inverte, prima con recuperi minimi, poi con sempre più centesimi strappati ad ogni mezzo giro, ci si alza in piedi, la voce del telecronista ritorna alta ed emozionata, si freme agitati dalla speranza. All’ultimo rilevamento prima del traguardo il vantaggio danese si è assottigliato a soli 55 millesimi, la tendenza è chiara e in cuor mio mi dico che è fatta e con poca scaramanzia mi preparo ad esultare. E infatti all’arrivo, l’unico rilevamento cronometrico che conta davvero, la luce verde si accende sul tempo dell’Italia con un distacco anche sufficiente a far apparire la vittoria percettibile all’occhio umano.

Quasi butto in acqua il cellulare mentre libero l’urlo di gioia appena caricato che si fonde e si rafforza in quello collettivo. In un angolo di mare poco frequentato, l’esultanza di pochi riempie l’aria calda per qualche secondo. Mi tuffo in acqua felice, di quella felicità insensata che ti danno le vittorie sportive da tifoso, perché in fondo tu non c’entri nulla, ma vera, per come l’hai vissuta.

Mi tuffo in acqua ancor più felice perché quella felicità è stata inaspettatamente condivisa con coloro con cui hai già condiviso tantissime cose, ma mai il ciclismo su pista.

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