Emilien Jacquelin e quei colpi da brivido

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Il fucile appoggiava ruvidamente tra la spalla di Emilien e quella barbetta un po’ incolta che gli spuntava dalle guance: l’occhio destro, glaciale, fisso nel mirino.

I battiti rallentarono, il respiro da affanno si fece ritmo, un ritmo sempre più armonioso. Esplose il primo colpo e nell’aria si sparse il primo boato: era da molto tempo che non provava quel brivido che solo quei cinquanta metri sanno dare.

Quasi due anni senza il pubblico non ci hanno fatto dimenticare quanto la tribuna sia importante in questo sport; e certamente ci sarà ancora da aspettare, ma quando Antholz e Rupholding, i due templi sacri del biathlon, torneranno a splendere di bandiere e urla, sarà tutto più magico.

Subito scoppiò il secondo colpo: era una danza. L’indice destro si spostava rapido e leggero tra il grilletto e il caricatore. Via il terzo. Bianco anche il quarto. Il quinto era ormai scontato. Dalle spalle di Emilien iniziarono ad agitarsi tutte le bandiere con il tricolore transalpino. Era un tripudio di blu, bianco e rosso.

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Esultarono gli allenatori ed esultò anche Emilien che, dopo essersi rimesso la carabina in spalla, era già diretto verso l’uscita dello stadio. Lo sguardo alla tribuna, le braccia al cielo.

Tra il ragazzo francese e il traguardo si frapponevano ancora tre chilometri, ma furono tre chilometri dolcissimi. Nonostante tutto questo, fu il rettilineo finale a incorniciare definitivamente la grande gara di Emilien.

Dopo aver potuto trasformare l’ultima tornata in una sorta di celebrazione trionfale, apprezzando fino in fondo la festa di Le Grand-Bornand, che già il giorno prima aveva esultato con il trionfo dell’altro beniamino, Fillon Maillet, si mise a caccia di una delle migliaia di bandiere che coloravano Annecy.

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Alla vista del traguardo le braccia smisero di spingere e si incrociarono davanti al petto, riportandoci inevitabilmente alla memoria l’esultanza di Mathieu Van Der Poel in occasione della terza tappa della Tirreno-Adriatico. Quelle braccia incrociate e quell’aria di sfida non rappresentano solamente l’esultanza per una grande, grandissima prestazione. C’è qualcosa di più, di molto più importante. C’è lo spettacolo.

Quello del biathlon in Francia è un mondo che sta già crescendo molto, passando in pochi anni dal possedere un fenomeno come Martin Fourcade ad avere un’intera squadra più che competitiva dove non solo spiccano Emilien (Jacquelin) e (Quentin) Fillon Maillet, ma ci sono anche Guigonnat, Desthieux e Claude (la staffetta olimpica farà divertire, e non poco). E per un movimento già in crescita avere un atleta che non ti dà la certezza di vincere, come magari faceva proprio Fourcade, ma che assicura divertimento, è una ricchezza di inestimabile valore.

Perché non importa il come, in ogni caso Emilien troverà sempre il modo di giocarsi un poligono decisivo. Poi bisogna ammettere che la scelta di come affrontarlo rimane discutibile: basti guardare le due volte precedenti. In entrambe le occasioni aveva deciso di forzare il ritmo sugli sci e di far valere la grande condizione fisica ma poi, arrivato al momento cruciale, aveva sempre mandato all’aria la gara. Un qualsiasi atleta avrebbe preferito non rischiare, memore proprio di queste due disavventure, e arrivare a sparare assieme agli altri.

E invece no. Scelse per la terza volta la strada più complicata: iniziò a spingere e il distacco tra lui e gli avversari si fece sempre più largo, tanto che già al secondo giro il cronometro dello shooting range iniziò a ticchettare molto prima di quello degli inseguitori.

Questa volta però uno solo dei venti proiettili sparati finì fuori dall’obiettivo: la carabina aveva finalmente deciso di essergli amica. C’è chi impara dagli errori e chi invece ci ricade sempre. Poi c’è Emilien Jacquelin, secondo cui deve essere l’errore a imparare da lui.

Emilien Jacquelin è un biatleta francese (classe 1995) che, alla quinta stagione tra i grandi di questo sport, può già vantare 6 medaglie mondiali, di cui 3 titoli iridati, oltre a 26 podi in Coppa del Mondo (6 vittorie). Nonostante ciò, quella di Annecy è la sua prima vittoria in una Mass Start.

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