Emil Zatopek. Quando lo sport si immerge nella storia e insegna a vivere.

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Ci sono alcune occasioni in cui è bello poter ricordare cose che ci sono state e non ci saranno mai più, e cento anni fa nasceva un uomo che ha fatto talmente tante cose che ridurle in un piccolo contributo come questo è riduttivo e non all’altezza, ma voglio che questo possa anche essere solo uno spunto per googlare il suo nome e scoprirne di più. Perché lo merita.

A Koprivnice, il 19 settembre del 1922, nasceva Emil Zatopek. In una Cecoslovacchia appena nata, perché fino al 1918 quell’area faceva ancora parte dell’immenso Impero Austro-Ungarico, sotto il controllo dei sovrani asburgici, Emil crebbe in una città industriale ma comunque piuttosto povera, con il padre calzolaio e anche lui, già molto giovane, impegnato in fabbrica.

Questo ragazzo nel giro di pochi anni diventerà uno dei più grandi runner di tutti i tempi, e pensare che fino a diciott’anni non aveva mai corso una gara, né si era mai allenato per farlo. Quella prima gara, organizzata dal proprietario della fabbrica per i dipendenti, non doveva nemmeno correrla, ma all’ultimo gli venne detto di gareggiare e gli vennero date delle scarpe che erano due taglie più grandi delle sue. In quella mattinata, sotto il cielo grigio di Koprivnice, Emil navigava in quelle scarpette.

Ora, una storia incredibile, come quelle degne del cinema americano, si concluderebbe con la sua vittoria, ma come scrisse Primo Levi, “la perfezione è delle vicende che si raccontano, non di quelle che si vivono”. Emil chiuse secondo. Scoprì che correre gli piaceva, ma non gli piaceva perdere: aveva un bel caratterino Emil, lui che diceva “correrò con più grazia quando a vincere saranno i corridori con lo stile migliore”.

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Aveva proprio un bel caratterino. Un talento, talento puro. Ma un talento difficile da decifrare, perché se da un lato non vinceva, lui stra-vinceva, con una corsa che qualunque amante di questo sport definirebbe pessima e da non insegnare ai giovani; dall’altro lato non possiamo che ammirare la sua etica del lavoro, anzi l’ossessione per il lavoro, lui che il lavoro, quello vero, l’aveva provato sulla sua pelle.

Le braccia si muovevano in maniera scoordinata, il peso della testa non veniva bilanciato sopra al corpo, anzi il capo era costantemente piegato, e una eterna smorfia di dolore gli dipingeva il volto, ma Emil conosceva la vera fatica. E non era quella.

Si allenava tantissimo. Si allenava talmente tanto che è grazie a lui se oggi esistono le “ripetute”: Emil correva 400 metri e poi camminava per 200, andando avanti per ore. Ma si dice che così non fosse abbastanza e allora incaricò chi era lì con lui di caricarlo su una carriola e trasportarlo per quei 200 metri, perché aveva capito che così facendo l’acido lattico prodotto non si smaltiva. Ne accumulava e basta, e correva, correva, correva.

La sua prima gara internazionale fu a Berlino: era il 1946, la guerra era finita l’anno prima e in un anno la situazione non era cambiata di molto. Molte delle macerie erano ancora lì al loro posto, spostarsi era difficile e soprattutto costoso.

Emil era bloccato in Cechia e decise allora di percorrere i 354 chilometri che lo separavano dalla capitale tedesca in bicicletta. Un bel caratterino, Emil.

Alle Olimpiadi del 1952, a Helsinki, Finlandia, gli organizzatori avevano pensato bene di sistemare i 5.000 metri e i 10.000 a pochissimi giorni di distanza, in modo tale da rendere difficile, se non impossibile, che un solo atleta (Zatopek) vincesse entrambi gli eventi.

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Emil si iscrisse a tutte e due le gare e le vinse, senza particolari difficoltà. Non contento, si presentò alla partenza della Maratona: Zatopek non aveva mai corso una gara così lunga, ma chiese comunque un pettorale e chiese anche chi fosse il favorito. Gli risposero “Jim Peters”, il detentore del record sulla distanza, ed Emil pensò che “se ce la fa lui, ce la faccio anche io”.

Zatopek non solo ci riuscì, ma arrivò al traguardo con sei minuti di vantaggio sul record precedente, staccando a metà gara Peters che aveva ammesso che il ritmo in quel momento era un po’ lento, si poteva aumentare.

Peters voleva sfiancarlo, ma era già a tutta: i crampi lo misero KO poco dopo. Una storia degna di un film americano insomma. Quasi.

Nel 1968 firmò il “Manifesto delle Duemila Parole” e sostenne le proteste durante la Primavera di Praga, in quello che è lo sfondo del romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera. Nello stesso anno, a Città del Messico, in occasione delle Olimpiadi, affermò: “Abbiamo perso, ma il modo in cui è stato stroncato il nostro tentativo appartiene alle barbarie. Però non ho paura: io sono Zatopek, non avranno il coraggio di toccarmi”.

Ed era vero, lui era Emil Zatopek. Molti altri firmatari di quel testo ebbero conseguenze ben diverse: Emil in un primo momento venne espulso dal partito comunista cecoslovacco e dall’esercito, poi venne mandato nelle miniere di uranio di Jachymov. Quando tornerà finalmente nella capitale, lo farà da spazzino. Emil Zatopek, uno spazzino.

Oggi, fuori dal Museo Olimpico di Losanna, in Svizzera, c’è una statua di un uomo che corre con la testa piegata, un’espressione di agonia in viso, le braccia attaccate al corpo, non sincronizzate nel loro movimento. La “locomotiva umana”, così lo chiamavano per il suo continuo ansimare e sbuffare, non ha mai smesso di correre, neanche quando lavorava in quelle orribili miniere. Un uomo che non si è mai lamentato della difficoltà della corsa, perché sapeva che “difficile” è qualcos’altro. La fabbrica, la miniera, la guerra. Ricordarlo è uno sprone a tutti noi, a riflette e a pensare.


Il monumento a quest’uomo c’è già, basta andare lì e ascoltare: tendendo bene le orecchie, lo sentirete ancora sbuffare.

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