Scenari post-pandemia. I festival del cinema: quale futuro per Cannes e Venezia?

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Il “siamo pronti a ogni evenienza”

, dichiarazione del direttore artistico della Mostra di Venezia Alberto Barbera nel corso dell’intervista rilasciata all’Ansa qualche giorno fa, ricorda un po’, fatte le debite proporzioni, al “whatever it takes” di Mario Draghi. Ma la sostanza è un’altra. I festival di cinema piccoli e medi le cui date hanno coinciso con quelle dell’emergenza sanitaria da pandemia, fino a oggi non hanno avuto altra scelta se non quella di chiudere i battenti e aprirne di virtuali.

Ne abbiamo dato notizia su queste pagine segnalando le molte iniziative che hanno permesso a pubblico e specialisti di vedere, anche se sullo schermo di un computer, parte delle loro selezioni. L’unica grande kermesse internazionale che è riuscita a cavarsela per il rotto della cuffia è stata la Berlinale che ha chiuso l’edizione 2020, il 1° marzo, appena in tempo, prima che si sbarrassero le frontiere e si riducesse drasticamente il traffico aereo.

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Cannes, la sontuosa. (AP Photo/Petros Giannakouris)

Competizioni digitali?

La grande incognita ora riguarda il festival di Cannes, il più grande raduno di cineasti, giornalisti, critici, fanatici, operatori dell’industry del mondo. Tutti stretti stretti in coda, ai bar, ai ristoranti, alle toilette, alle feste, nelle hall degli hotel, lungo la Croisette. Davvero qualcuno ancora pensa che si possa svolgere a fine giugno-inizio luglio come si augura il suo direttore artistico, Thierry Fremaux? «Stiamo continuando a lavorare» spiega. Come se niente fosse. «L’anima di Cannes, la sua storia, la sua efficienza, sono un modello che non funzionerebbe online. Che cos’è un festival digitale? Una competizione digitale? Dovremmo iniziare chiedendo ai titolari dei diritti se sono d’accordo».

E questa è tutt’un’altra questione. Variety che ha titolato un articolo “I filmmaker dovrebbero accettare le anteprime dei festival online?”, tra gli altri cita il caso del regista Alex Winter (The Panama Papers), autore del documentario Zappa sul grande iconoclasta del rock Frank Zappa (5 anni di lavoro, molti preziosi materiali d’archivio) che, ha deciso di ritirare il film dalla competizione di due importanti festival dedicati al cinema del reale, lo statunitense SXSW e il danese CPH: DOX, che lo avrebbero proiettato online. «Mostrare un film di fronte all’ampio pubblico di un festival è un buon banco di prova» ha spiegato Winter. «Aiuta a capire se arriva o no alla gente. È capitato che apportassi piccole modifiche dopo la première».

Senza contare che i festival, nella loro versione tradizionale, hanno istituito meccanismi consolidati in materia di diritti, acquisizione e finanziamenti. Quel che un film potrebbe stimolare dopo una visione on line è al momento una grande incognita.

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La spiaggia del Lido di Venezia (si faranno le proiezioni all’aria aperta?). FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

Wes Anderson sul pc!?

E, a proposito di incognite, il futuro di Cannes lo è per modo di dire. Thierry Fremaux la sua scelta probabilmente l’ha già fatta quando dichiara che l’opzione virtuale sarà pur buona per gli altri, ma per Cannes non s’ha da fare. «Wes Anderson su computer? Non scherziamo» chiarisce. Citando, tra i cineasti che avrebbero dovuto essere presenti, l’autore di The French Dispatch, certo candidato a un posto rilevante nell’edizione 2020 della kermesse. Anderson è un buon esempio di cinema refrattario alla visione domestica.

La sua estetica è certamente esportabile (galleria d’arte, moda, design, le filiazioni non si contano), ma nasce al cinema. Insomma, è brandendo quel vessillo come un marchio di fabbrica che il suo direttore conclude che di Cannes ce n’è una sola. E i suoi confini sono quelli della sala cinematografica. Del resto la battaglia non è diversa da quella di cui Cannes è da qualche anno l’alfiere, in favore dei cinema e di quei film e quegli autori che li privilegiano rispetto alle piattaforme streaming.

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Il red carpet veneziano. Lo rivedremo a settembre?

Venezia opzione ibrida?

Se il futuro di Cannes sembra dunque quello del salto di un anno (come accadde solo nel 1968 quando il festival venne interrotto dopo le dimissioni dei giurati e l’irruzione in sala dei cineasti Truffaut, Polanski e Godard in nome della solidarietà con gli operai e gli studenti in sciopero), quello di Venezia potrebbe salomonicamente assestarsi sulla formulazione di un piano A e un piano B (poi si vedrà quale carta giocare). O ancora più fantasiosamente su un’opzione ibrida: proiezioni serali all’aperto in spiaggia, conferenze stampa in streaming.

Sempre che Cannes non decida di slittare ulteriormente e sovrapporsi alle date previste per la Mostra. Il festival di Toronto, che in parte già si sovrappone a Venezia e che in parte ne condivide la selezione, ha già optato per la virtualità, ma è una macchina che soffrirà meno della mancanza di red carpet (non ce li ha) e glamour (è soprattutto un mercato e un intervistificio).

“The French Dispatch”. Previsto in concorso a Cannes.

Quale futuro?

Il punto è che, nella complessa galassia dei grandi festival, ognuno negli anni ha lavorato con cura al proprio posizionamento e l’emergenza rischia di far saltare molte caselle. Venezia, che si è aggiudicata da qualche anno, il ruolo di iniziatrice della award season, la stagione dei premi, che culmina con gli Oscar (e al Lido hanno dimostrato di essere niente male nella lettura della sfera di cristallo), rischia di dovervi rinunciare a favore di Toronto.

Cannes che, a giudicare dalle indiscrezioni, si sarebbe assicurata una selezione ricca e rispondente al doppio criterio glamour-divismo (Tom Cruise con Top Gun: Maverick) e cinefilia (Tre piani di Nanni Moretti, dal romanzo di Eshkol Nevo), la consegnerà chiavi in mano a Venezia (improbabile), Toronto (Top Gun in streaming, mmmm) o Berlino 2021? Se “guerra” è termine che viene spesso usato a sproposito in questi giorni, quella che potrebbe scatenarsi tra i grandi festival nei prossimi mesi di post pandemia gli assomiglia molto.

Noi ci auguriamo che istituzioni e sponsor concentrati sulla più grande tenzone si ricordino anche, anzi soprattutto, dei molti festival medi e piccoli di qualità, che rischiano forse più dei grandi carrozzoni spaventati. Soprattutto dall’eventualità che l’idea di festival ibridi, in parte live in parte in remoto, venga sdoganata per sempre. Qualcuno sta pensando di farci un film? C’è uno sceneggiatore al lavoro? E quando il film sarà pronto, ci sarà un festival all’orizzonte?

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