Sport e Guerra. Sì e No dell’esclusione della Russia

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Oltre a tantissimi problemi ben più importanti, la guerra in Ucraina ha portato il mondo dello sport a prendere una difficile posizione sulla partecipazione di atleti russi e bielorussi alle future competizioni di livello internazionale.

In aggiunta alla decisione di eliminare tutti gli eventi sportivi previsti nei prossimi mesi in territorio russo, è arrivata anche la decisione del CIO, a suo modo storica, di raccomandare alle singole federazioni di non far gareggiare atleti russi (e bielorussi) nelle competizioni internazionali in corso di svolgimento in questi mesi.

Essendo una raccomandazione, le singole federazioni hanno la possibilità di scegliere autonomamente come gestire il caso, spinoso a dir poco, anche se la maggior parte di loro si è già allineata al parere del massimo ente sportivo sovranazionale.

Andiamo quindi a vedere quali sono le possibili motivazioni di una esclusione o meno degli atleti russi tenendo sempre presente che la questione è estremamente complicata e delicata, non ci sono precedenti e che solo una visione troppo semplicistica può prevedere una via totalmente giusta e una totalmente sbagliata.

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Esclusione: i motivi del sì

  • Fermare una guerra senza utilizzare a propria volta la forza è molto difficile. La linea dell’Occidente è quella delle sanzioni e in questo contesto, anche se non esplicitamente indicato nelle sanzioni stesse, il divieto agli atleti russi di partecipare alle competizioni internazionali si colloca nell’alveo delle non scritte sanzioni “culturali”. Se questo può aiutare a fermare una guerra allora si può essere disposti a pagare l’alto prezzo ideologico che si cela dietro questa decisione.
  • Gli atleti ucraini, poiché la guerra insiste sul loro territorio e sono stati chiamati alla mobilitazione generale, non possono in questo momento prendere parte a gare internazionali loro malgrado. Per un principio di equità, richiamato anche dal CIO nella sua decisione, allora anche gli atleti russi, poiché dello stato che ha scatenato tale conflitto, non devono poter partecipare ai medesimi eventi.
  • La tregua olimpica comincia una settimana prima dell’inizio dei giochi olimpici e termina una settimana dopo la chiusura dei giochi paralimpici, estivi o invernali non fa differenza. Rompere la tregua olimpica scatenando una guerra è un atto concettualmente gravissimo e pertanto la Russia e i suoi atleti sono passibili di una punizione esemplare. La tregua olimpica non è un concetto nuovo o occidentale ma è radicato all’interno dei giochi olimpici sin dalla loro nascita nell’antichità (776 a.C.) ed è uno di quegli aspetti simbolici che rendono così speciali i giochi olimpici.
  • Un altro fattore da non sottovalutare è la sicurezza da garantire agli atleti quando si organizza un evento sportivo internazionale. Con la situazione attuale è difficile essere certi che qualche spettatore non possa rendersi terribile protagonista di atti di ritorsione deprecabili nei confronti di atleti russi durante gli eventi. Per evitare spiacevoli e pericolose aggressioni ad atleti russi allora meglio non permettergli di partecipare, specie per sport meno blasonati e meno “ricchi” che non si possono permettere misure di sicurezza imponenti.

Esclusione: i motivi del no

  • Escludere degli atleti per la sola nazione di provenienza è un atto di forte discriminazione che non si addice per nulla ad un contesto come quello sportivo che solitamente si distingue per tolleranza, uguaglianza e rispetto reciproco e in cui incontri e punti di contatto impossibili in altri ambiti vengono resi possibili. Uno stato non può essere accusato delle colpe dei suoi singoli cittadini così come i cittadini di uno stato non possono essere accusati delle colpe dello stato stesso. Far pagare quindi ai singoli atleti russi lo scotto della scelta di scatenare una guerra del loro governo non è corretto nei loro confronti, anche perché gli atleti non possono essere necessariamente considerati d’accordo con la scelta governativa e quindi punibili.
  • La guerra in Ucraina purtroppo non è la prima e non sarà l’ultima del genere umano. Con l’esclusione degli atleti russi si crea un precedente pericoloso che non ha eguali nella storia. In nessuna occasione di guerra o invasione del passato gli atleti del paese colpevole dell’aggressione sono stati esclusi dalle competizioni sportive addirittura per decisione del CIO. Detto che ogni conflitto andrebbe analizzato a fondo prima di poter prendere decisioni di questa portata, perlomeno simbolica, ed evitare banalizzazioni estreme che mirano a mettere tanti eventi differenti tutti sullo stesso piano, si rischia ora di vedere lo stesso trattamento anche per futuri conflitti quando invece il mondo dello sport dovrebbe essere il primo aperto al dialogo e all’inclusione.
  • Con meno atleti gli eventi sportivi perdono di valore, di appeal e di conseguenza di introiti Rimangono diciamo così monchi quando non tutti gli atleti di prestigio vi hanno potuto partecipare. Un evento è tanto più importante e una vittoria tanto più pesante se gli atleti che vi partecipano sono di alto livello. Chiaramente questo vale soprattutto per gli sport nei quali i russi primeggiano. Come potrai mai essere la stessa cosa vincere un campionato mondiale di pattinaggio artistico senza essersi confrontati contro gli atleti della federazione russa?

Sport ricchi e sport poveri

Quando si tratta di sport di squadra a livello di nazionali è facile eliminare la Russia e la Bielorussia dalle competizioni visto che in questo caso c’è l’identificazione univoca fra la squadra e la nazione.  Anche eliminare i club che afferiscono a queste nazioni rientra in maniera coerente nel piano sanzionatorio globale.



Più difficile è il comportamento nei confronti dei singoli atleti russi. Negli sport “ricchi” (come calcio, basket, hockey su ghiaccio, tennis, pallavolo e ciclismo solo per citare quelli dove c’è maggior presenza di atleti russi di peso) probabilmente i giocatori russi (singoli o appartenenti a club non russi) potranno continuare a giocare visto che questi sport possono permettersi le misure di sicurezza di cui sopra. Inoltre gli atleti di questi sport sono immersi nella cultura occidentale e sono anche quelli che (vedi Medvedev) possono prendere posizione più liberamente contro l’attuale situazione ed eventualmente il proprio governo poiché non vivono in Russia e il loro stipendio non proviene dalla Russia.

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Altri sport meno blasonati e con un giro d’affari meno importante (ad esempio tutte le discipline invernali) dove gli atleti anche nelle manifestazioni diverse da Olimpiadi e mondiali gareggiano sotto la bandiera del proprio paese e non di un club, probabilmente sceglieranno o hanno già scelto la via dell’esclusione.

Per gli atleti russi in questa situazione è più difficile manifestare il proprio eventuale dissenso alla linea del proprio governo visto che vivono in Russia, sono stipendiati dalla Russia e in taluni casi fanno parte anche di corpi militari russi per cui esprimere la propria contrarietà sarebbe non solo sconveniente ma anche insostenibile e pericoloso (e non tutti comprensibilmente vogliono fare gli eroi).

In definitiva in questa difficile situazione le decisioni sono complesse e probabilmente per molto tempo, a prescindere dagli esiti del conflitto stesso, si trascineranno nel mondo dello sport differenze e incoerenze.

Detto che si possono avere diverse opinioni sulle modalità di trattamento degli atleti russi, tutte comprensibili se ben argomentate, ci auguriamo che ogni discorso si possa basare su due fatti incontrovertibili per tutti: nessuno vorrebbe escludere degli atleti dalle competizioni e, soprattutto, nessuno vuole una guerra.

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