Maglia Rosa, un colore sempre più sbiadito

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Ci sono alcuni discorsi che dovrebbero trovare terreno fertile solo ed esclusivamente nei bar. Proprio per questo motivo fa impressione vedere che molti di questi temi iniziano a crescere rigogliosi non solo durante le briscole di paese, ma anche nei grandi salotti televisivi dove le questioni da trattare dovrebbero possibilmente più elevate, perché anche parlando di sport ci sono temi più bassi e più alti, più degni e meno degni.

Ma nell’epoca del Big Brother (Grande Fratello), che da distopia orwelliana è diventato show televisivo di massa (una massa in cui ben pochi ricordano l’origine del titolo), ciò che è basso è anche ciò che fa più presa sul pubblico.

Ovviamente con tutto questo dobbiamo convivere, ma sempre con un occhio di riguardo per quei pochi eroi che cercano ancora di coltivare qualche piccola piantina che non darà certamente quantità industriali di frutti, ma in compenso porrà la qualità al centro dell’attenzione.

Attenzione! Non bisogna farsi ingannare: a volte da quei discorsi da bar può nascere qualcosa di davvero interessante, ma solo e soltanto se ci viene speso del tempo, oltre a una buona dose di attenzione e cura.

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Non esiste, che io sappia, un appassionato della bici che non abbia mai discusso sul binomio – quasi – esistenziale “Giro-Tour”. “Corsa Rosa-Grand Boucle”, “Maglia Rosa-Maglia Gialla” sono tutti temi che spaccano e dividono non solo francesi e italiani, ma anche italiani e italiani, come del resto francesi e francesi.

maglia rosa dettaglio

Eppure ormai sembra che la contesa su quale sia la più grande corsa a tappe della stagione ciclistica stia prendendo una piega univoca e irrimediabilmente decisiva.

Allo stesso tempo bisogna dire che questo baricentro tutto spostato verso i transalpini è pura questione di denaro: non prestigio, non gloria, conta solo e soltanto quanti soldi si muovono dietro un evento o l’altro.

Ma perché accade questo e non esiste più invece quel ciclismo romantico che animava le eterne sfide tra Coppi e Bartali?

Una squadra World Tour deve poter contare su un budget minimo per essere definita tale, budget che arriva dagli sponsor che il team riesce a trovare. I grandi nomi che scommettono sul ciclismo per trarne un ricavo sono diversi: pensiamo solo al colosso inglese INEOS di Jim Ratcliffe (il cui patrimonio ammonterebbe a più di 3 miliardi di euro) o ai kazachi dell’Astana (rilevata nel 2006 da un consorzio di alcune delle più importanti aziende energetiche del paese).

Le squadre di ciclismo non prendono, come avviene invece negli sport dei motori, una quota sui diritti televisivi, ma poco cambia perché l’obiettivo è comunque avere il marchio in bella mostra davanti alle telecamere, magari mandando uno o due corridori in fuga per avere un palco ancora più esclusivo.

Ovviamente non tutte le competizioni hanno la medesima copertura mediatica: in questo senso il Tour de France batte il Giro d’Italia “con le mani in tasca”. I numeri dei francesi sono impressionanti: il solo Tour offre ai vari sponsor il 70% della loro visibilità annuale. Inoltre, se la Grand Boucle ha un giro d’affari che si aggira attorno ai 150 milioni di euro (il Giro al massimo 70, nel pre-Covid), più della metà di questi ricavi arrivano dalle televisioni (si parla di 80 milioni circa).

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Le emittenti ufficiali della competizione sono France TV Sport ed Eurovision, anche se in totale sono più di trenta in tutto il mondo i broadcast che trasmettono in diretta le tre settimane di corsa. Ecco che risulta interessante allora paragonare il rapporto tra ASO e France TV Sport e quello tra RCS Sport e RAI: mentre in Francia tra televisione e organizzatori esiste un solido accordo che mette in campo 25 milioni all’anno fino al 2025, nel Bel Paese ogni anno dobbiamo assistere al solito noiosissimo tira-e-molla tra la RAI e RCS Sport che si conclude ovviamente con un accordo molto più povero di quello transalpino.

L’altro modo che il team ha per guadagnare è essenzialmente quello dei premi delle corse e anche qua possiamo dire che la Grand Boucle vale il doppio rispetto alla Corsa Rosa. Infatti nell’edizione 2018 il montepremi totale in Francia arrivava a 3 milioni di euro, mentre in Italia gli organizzatori misero a disposizione solamente 1,5 milioni. La capacità di trovare sponsor e fornitori è compito degli organizzatori, che più sono potenti più sono capaci di arricchire la gara e di conseguenza renderla più appetibile per i magnati delle due ruote.

Non c’è da sorprendersi dunque se l’americana Amaury Sport Organisation (ASO) arrivi dove RCS Sport ancora sogna di mettere piede. In tutto questo bisogna anche ammettere che il compito di ASO è facilitato dal maggiore prestigio che la competizione francese riveste sul piano sportivo mondiale: è nata prima, possiede l’iconico arrivo a Les Champs Élysées, può contare su un movimento ciclistico più vivo e altre mille ragioni più o meno discutibili.

Appaiono più chiare così le scelte dei Big Team di schierare le formazioni migliori al Tour, piuttosto che al Giro, lasciando le briciole a un percorso che quest’anno sembra davvero promettente ma che potrà contare soltanto su 2  membri della Top 10 UCI: Richard Carapaz e Joao Almeida. Oltre al campione ecuadoregno e al portoghese, ci saranno anche Vincenzo Nibali (Astana), il velocista Mark Cavendish (che con le quattro vittorie al Tour dello scorso anno ha eguagliato il record di Eddy Mercx nel numero di tappe francesi vinte in assoluto, ossia 34) e la stellina Tom Pidcock, campione del mondo nel Ciclocross. Insomma, il cast non è dei peggiori, ma sembra che dovremo abituarci sempre più a vedere il Giro d’Italia come una rampa di lancio per giovani promettenti e una passerella di fine carriera per vecchie glorie, perché a luglio in Francia ci saranno tutte le star del momento: Alaphilippe, Van Der Poel, Van Aert, Pogacar, Roglic sono solo i nomi che fanno più rumore, ma la lista di fenomeni potrebbe continuare per diverse altre righe.

Si può fare qualcosa per modificare questa tendenza? A Maggio no, anzi: bisogna sedersi sul divano (o, per chi può, scendere in strada) e godersi lo spettacolo, perché anche senza gli attacchi in salita di “Pikachù” (Pogacar) o senza i ritmi infernali di WVA (Wout Van Aert) ci si può divertire: magari è la volta buona per l’eterno sfortunato Mikel Landa o un ritorno in grande stile del già vincitore Tom Dumoulin. Di buono c’è che sarà un Giro imprevedibile, al contrario dell’edizione passata in cui per Bernal sarebbe stato più difficile perdere il “trofeo infinito” che non conquistarlo.



Il 6 Maggio si inizia, ma dall’Ungheria, dove avranno luogo due tappe adatte a velocisti e in mezzo una cronometro che però potrà fare ben poca differenza. Al ritorno nel Bel Paese si inizia subito con il botto: 172 Km tra le montagne siciliane con arrivo sull’Etna. Prima vera chiamata per gli uomini di classifica. Seguono giorni in cui si risale la Penisola toccando Procida (Capitale Italiana della Cultura), il Molise, l’Emilia e poi su a Genova per poi spostarsi in Piemonte e vedere finalmente le temute Alpi.

L’antipasto è la salita a Cogne, poi subito le cinque stelle della tappa di 202 Km che collega Salò ad Aprica. Ma la tappa Regina è sicuramente la numero 20: da Belluno alla Marmolada (Passo Fedaia), con in mezzo il Passo San Pellegrino e soprattutto il Passo Pordoi, che potrebbe rivelarsi mietitore di vittime illustri.

Sicuramente però bisogna fare qualcosa perché la Corsa Rosa non merita così poca attenzione: è pur sempre un teatro che ha ospitato eroiche battaglie, scalate da vertigine e i più grandi interpreti che questo sport abbia mai conosciuto. Come prima cosa, bisogna rendersi conto che ormai il ciclismo – come tutto del resto – sta andando in questa direzione e non ci si può più raccontare la favoletta che ritornare al Romanticismo del ciclismo è ancora possibile.

Forse le ambizioni torneranno a comandare sui quattrini, ma non è certamente qualcosa che accadrà in breve tempo. Di conseguenza se i livelli economici di quella che viene ormai definita la “Superlega” delle due ruote non possono essere raggiunti, possiamo solo accontentarci di possedere la gara più affascinante. E per quanto riguarda i campioni, attenderemo impazientemente tempi migliori.

I tempi in cui smetteremo di raccontarci delle favole e sulle strade tornerà finalmente a vivere l’epica.

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