Paolo Rossi, l’eterno bambino

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Lo ricorderemo sempre con il suo sorriso da eterno bambino. Un bambino che amava giocare a pallone e che, diventando grande, ha regalato sogni di gloria ad un’intera generazione.

Paolo Rossi era uno di noi, era il bambino che, come noi, giocava a pallone sotto casa o all’oratorio, con il suo sogno di diventare un campione. Come facevamo noi.

Paolo Rossi era uno di noi, perché tanto simile a noi. Come noi era nato in provincia, non aveva piedi prensili per incollare il pallone. Non aveva una statura imponente, come tanti suoi colleghi attaccanti. Non poteva elargire gomitate, ma le riceveva. Come noi, aveva un fisico normalissimo, forse anche un po’ gracile, ma la sua velocità era, soprattutto, mentale. Sapeva, un istante prima degli altri, dove sarebbe finito il pallone e lui, un istante prima degli altri, ci arrivava. Quando un difensore lo perdeva di vista per un attimo, era tardi, il pallone era già in rete. Non perdeva mai alcuna opportunità, infatti, si diceva che fosse un attaccante opportunista.

Ricordare Paolo Rossi, per quelli della mia generazione, nati a metà degli anni 60’, vuol dire raccontare la propria giovinezza. Ripercorrere anni, periodi, istanti, che Paolo Rossi ha scandito, caratterizzato, marchiato con la sua carriera di calciatore. La prima immagine di Paolo Rossi non mi riporta, come sarebbe naturale, alle meravigliose giornate del Sarrià di Barcellona, dove iniziò una favola indimenticabile con la Nazionale guidata da Enzo Bearzot. Non è neanche un’immagine in bianconero, delle sue stagioni vincenti con la maglia della Juventus, ma ha i colori biancorossi del Vicenza. Uno stadio. il “Romeo Menti” di Vicenza, dove la formazione locale iniziò a volare grazie alle reti del suo centravanti. Un numero 9, uno scricciolo tutto pelle ed ossa, che iniziò a stupire tutti. Le immagini di “90° Minuto”, lo stadio di Vicenza, con una telecamera che sembrava incastrata tra due piloni dello stadio, che rendeva uniche quelle riprese. E, poi, le sue reti. Tante.

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Il Vicenza dei miracoli, guidato da G.B. Fabbri, i gravi infortuni, il calcioscommesse, il passaggio alla Juventus, la Nazionale, Enzo Bearzot, il Mondiale in Spagna nel 1982, Nando Martellini ed il suo “Rossi, Rossi, Rossi”, ripetuto in maniera meravigliosamente ossessiva, il Pallone d’Oro, gli scudetti, le coppe europee. Tanti momenti di una carriera non sempre facile, costellata da incidenti di natura diversa, ma sui quali il suo sorriso da eterno bambino riusciva sempre ad avere la meglio. Cadere e poi rialzarsi, come quando, in campo, i difensori non trovavano niente di meglio da fare che buttarlo giù, per fermarlo. Cadere e poi rialzarsi, più forte di prima. Sempre.

Le 6 reti al Mondiale di Spagna, sono perle incastonate nella nostra memoria di ragazzi. Quelle reti, quelle vittorie, quelle gioie incontrollate ed incontrollabili, che ci trascinavano per le strade a festeggiare, su auto motorini e biciclette, con un tricolore rimediato non si sa come, ci facevano sentire imbattibili. E ci facevano sognare. Uno di noi, uno come noi, aveva schiantato i colossi del calcio, come l’Argentina di Maradona, il Brasile di Zico e la Germania, l’eterna rivale, oltre alla Polonia, sconfitta in semifinale.

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Allora tutti noi potevamo vincere. Noi, come lui, piccoli Davide, potevamo sconfiggere i tanti Golia che la vita iniziava a porci dinanzi. Paolo Rossi era uno di noi quando giocava, quando parlava, in ogni situazione. Era un amico, forse, un po’ più grande, in cui però ci rivedevamo.



Quell’intelligenza così vivace, che illuminava il suo sorriso da eterno bambino, che continuava, da adulto, a vivere il suo sogno di giocare a pallone. Da commentatore, il suo accento toscano, i suoi occhi luminosi, facevano trasparire sempre il rimpianto di non essere più su un prato verde. Gli sarebbe piaciuto ascoltare suoi ex colleghi mentre commentavano un suo goal. Perché Paolo Rossi era uno di noi e, come noi, amava giocare a pallone.

Con lui se ne va un po’ del nostro essere eterni Peter Pan, nonostante i capelli grigi e le ginocchia scricchiolanti. Eterni fanciulli che sognavano, sognano e sogneranno, sempre, di correre dietro ad un pallone, tirare in porta, arrabbiarsi un attimo, perché il portiere ha respinto il tiro.

Ma la rabbia dura soltanto un istante. Infatti, sulla respinta del portiere, prima di tutti, come sempre, arriva Pablito, e l’ha butta dentro, quella palla. Vince lui, vinciamo noi.

Ciao Pablito, uno di noi. Per sempre.

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