Giorgio Armani: «È tempo di riflettere e rallentare»

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Se davvero niente sarà più uguale a prima dopo la pandemia che sta sconvolgendo il mondo, quale futuro stiamo costruendo in questi giorni che sembrano fermi e invece pulsano di vita? È una domanda alla quale non si sottrae Giorgio Armani, primo tra i grandi nomi internazionali ad avere sospeso il 23 febbraio la sfilata donna, vertice della fashion week milanese. Primo ad avere ringraziato con un’inserzione a pagamento sui giornali tutti gli operatori della Sanità (“È commovente vedervi impegnati nel vostro lavoro contro tutte le difficoltà e i grandi sforzi che ormai tutto il mondo conosce e soprattutto vedervi piangere… Vi sono personalmente vicino”) e ad aver convertito la produzione dei quattro stabilimenti italiani (Trento, Carré, Matelica e Settimo Torinese): camici da ospedale, monouso e protettivi.

Giorgio Armani (Foto Sgp)

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Fermare la moda è stata una decisione giusta

Perché c’è qualcosa negli avvenimenti di questi mesi che gli ha fatto venire in mente esperienze e ricordi legati a quando era molto giovane e dopo aver letto La Cittadella di A.J. Cronin si immaginava medico. «Anche se da sempre ponderatezza e cautela costituiscono le basi della mia decisione, essendo un imprenditore oltre che un comune cittadino, ho il dovere di proteggere i miei dipendenti verso i quali provo un grandissimo senso di responsabilità. Ho deciso di soprassedere alla sfilata verso chi avrebbe collaborato, stampa e buyer inclusi. La preoccupazione stava crescendo e io ho fatto una scelta meditata, cercando nello streaming un’alternativa che non fermasse il sistema e tutelasse tutti. È stata una decisione saggia, che ripeterei. All’inizio si tendeva a minimizzare, così la fashion week parigina è proseguita senza il minimo cambiamento. Non mi sento di dare giudizi, spero soltanto che non ci siano gravi ripercussioni».

Cosa succederà ora?

La decisione francese sembrava sottolineare che la produzione della moda non può fermarsi. Che cosa succederà delle collezioni presentate a febbraio per l’autunno/inverno del prossimo anno? C’è chi suggerisce di far slittare la stagione, anche perché non sono stati fatti gli ordini e ripresentarla nel 2021. «Non sono d’accordo. Piuttosto andrebbero allungati i tempi di vendita. L’ideale sarebbe proseguire fino ad agosto per poi esporre l’invernale senza quella sovrapposizione e spostamento delle stagioni che si è creato negli ultimi anni per la pressione costante dei department store di avere i capi in anticipo. Raggiungeremmo così anche un altro risultato: diminuire la quantità dei capi offerti». 

Troppe collezioni, troppa merce

L’esperienza che stiamo vivendo potrebbe riflettersi sulla natura stessa della moda? «Da tempo dico che dovremmo rallentare il passo. Ho sempre pensato che questo bisogno eccessivo di mostrare sempre più collezioni e capsule speciali rispondesse a una forte esigenza del sistema più che a una reale richiesta della clientela, generando le sfilate-spettacolo delle pre-collezioni in una specie di tour per il mondo, e saturando i negozi con troppa merce. Questa tremenda esperienza ci lascia una lezione importante: risparmiare, fare di più e meglio, con meno. Io stesso voglio fare di questo concetto un modello per il mio business”.Quindi cambierà anche il modo di fare acquisti? “Non azzarderei ipotesi. Sarà diverso l’approccio a seconda dei marchi e del pubblico al quale si rivolgono, ma direi che è prematuro parlarne. Devo ancora rifletterci e non saranno scelte immediate”.

Perché non si tratta soltanto di pensare a “un dopo” che passerà veloce, ma di costruire un metodo e un’abitudine che potrebbero anche durare a lungo.

E voi come vedete il futuro? Raccontatecelo!

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